Il paesaggio si piegava sotto al grigio del cielo come una vecchia fotografia. Non pioveva, ma l’aria era bagnata sempre, costantemente. Il camion sobbalzava a ogni pietra e i corpi al suo interno parevano come manichini troppo giovani per essere rotti. Emrys stringeva il cinturino del suo elmetto tra le dita, senza accorgersene. Le nocche bianche, il respiro corto… Tutto sapeva di terra e di attesa. Non ricordava l’ultimo giorno in cui qualcuno gli avesse detto: “Qui sei al sicuro”. Ma un semplice sguardo era sufficiente per capire che nessuno lo era. «C’è già la mamma, dicono.» Una voce alle sue spalle. «Siamo appena arrivati e già ci viziano.» «La mamma non vizia, cura. Ma ti garantisco che se ti lamenti ti spacca il naso.» Risero in tre, ma il quarto no. Emrys tacque. Mamma. Una parola che faceva più rumore di mille spari. Una ragazzina, avevano detto. Diciassette anni. Più piccola di lui. Erano tutti pronti a inginocchiarsi dinanzi alla semplice pronuncia di questo nome. Come un battesimo. Ma lui no. Lui non avrebbe avuto più bisogno di una madre. Non più, era un soldato ora.
La guerra gli ha tolto tutto prima ancora di cominciare a vivere.
Emrys ha diciannove anni quando viene mandato al fronte. È poco più di un ragazzo, con la paura nascosta sotto l’uniforme e il desiderio ostinato di tornare a casa. In un campo militare dove il rumore delle armi sembra soffocare ogni speranza, incontra Irenea, una giovanissima infermiera che tutti chiamano “Mamma”. Non per la sua età, ma per la capacità di restare accanto a chi soffre quando ogni certezza vacilla. Tra feriti, notti insonni e giorni sospesi nell’attesa, nasce un legame fatto di silenzi, piccoli gesti e parole che arrivano quando sembrano non servire più. Mentre il fronte si avvicina e ogni scelta può diventare l’ultima, Emrys scoprirà che il coraggio non coincide sempre con il combattere e che, anche nel luogo più devastato dalla violenza, può sopravvivere qualcosa che nessuna guerra è in grado di spegnere.
Ti chiamavano Mamma è un romanzo intenso e delicato sulla fragilità, sulla memoria e sulla forza della presenza umana. Una storia che racconta la guerra senza celebrarla e che ricorda come, persino tra le macerie, possa nascere la speranza di ritrovare sé stessi.
Rebecca Costa, nata a Torino il 12 luglio 2008, è una giovane studentessa di Grafica e Comunicazioni. La sua vera vocazione, però, è l’amore per la verità che abita il non detto, un fascino che la guida dietro i suoi testi e sopra un palcoscenico.
La sua storia personale è diventata un modo unico di vedere e narrare la vita.
Ha già pubblicato il suo romanzo d’esordio, Tra le lacrime color cremisi e noi (scritto tra il 2023 e il 2025).



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