Questa produzione lirica di Giuseppe Benedetti si configura come un itinerario interiore di estrema coerenza e sensibilità, dove il dato paesaggistico e la riflessione filosofica si fondono in un’unica, sommessa melodia. La poesia dell’autore non urla, non cerca lo scandalo formale né l’artificio barocco; al contrario, si muove con passo leggero lungo le coordinate di una quotidianità apparentemente minima, che tuttavia si rivela costantemente pregna di significati universali. Il nucleo centrale della sua ispirazione risiede nella capacità di cogliere il legame segreto tra l’ordine – o il disordine – della natura e le dinamiche più intime della coscienza umana. Le stagioni, il mutare della luce, l’alternarsi del giorno e della notte non sono semplici sfondi decorativi, ma veri e propri correlativi oggettivi degli stati d’animo, specchi attraverso cui l’io lirico interroga se stesso e il destino comune dell’umanità.
Giuseppe Benedetti Valentini nasce in Umbria nel 1951 e cresce a Roma.
Nel ’68 partecipa al Movimento Studentesco, dal quale si allontana dopo essere stato deriso per aver proposto una votazione con metodo democratico per decidere l’occupazione del liceo. Lavora come volontario in un servizio sociale a Londra e, per un breve periodo, in giovane età, svolge il ruolo di capo scout. Si iscrive all’università, che frequenta regolarmente. Durante le estati viaggia per l’Europa in treno e in autostop. Si laurea in Medicina a Roma. Svolge il Servizio Militare con atteggiamento critico, pur ritenendo che la Costituzione rifiuti la guerra ma preveda la difesa. Lavora per quasi quarant’anni come chirurgo generale e d’urgenza, prima all’Ospedale di Foligno, poi in un grande ospedale di Roma.
Si sposa con Elena, conosciuta al primo anno di università. Ha cinque figli. È contento quando può andare in montagna e ogni volta che riesce a camminare in città, in campagna o ovunque possa seguire percorsi sia abituali sia nuovi, cercando di osservare, oltre alla natura, ciò che ci circonda.



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