Di fronte alla silloge poetica di Zaccaria Bertoldo si ha immediatamente la sensazione di entrare in un territorio liminale, un luogo in cui la poesia non è mai puro esercizio lirico, ma si contamina costantemente con il racconto, con la narrazione breve, con l’immaginario visionario e perturbante.
La mia mente in vetri non è soltanto un titolo efficace: è una vera dichiarazione poetica. La mente è fragile, riflettente, tagliente; lascia filtrare la luce ma può ferire chi la attraversa.
Lo stile di Zaccaria Bertoldo si muove su un doppio binario: da un lato una prosa fortemente evocativa, quasi cinematografica, dall’altro una poesia scarna, concentrata, spesso spezzata in versi brevi che sembrano trattenere a fatica il peso emotivo che portano. È una scrittura che vive di contrasti: carne e simbolo, violenza e delicatezza, amore e distruzione. Le immagini sono spesso corporee, viscerali – cuori che bruciano, mani che stringono, ali recise, sangue che macchia la neve – e si caricano di valore metaforico fino a diventare emblemi di una condizione esistenziale più ampia.
Sono cresciuto a Malo, un paesino in provincia di Vicenza, e ho sempre amato scrivere, fin da piccolo.
La mia vita è sempre stata contrassegnata dai diversi malfunzionamenti della mia mente: soffro di disturbo borderline di personalità, di psicosi non organica non specificata e sono autistico (e fiero di esserlo).
Mi piace molto l’espressione “inferno della mente”: penso possa riassumere perfettamente la mia storia, così come hanno fatto queste pagine.



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